Nel pop contemporaneo, dove spesso tutto deve essere immediato, riconoscibile e facilmente consumabile, OBA sceglie una strada diversa: costruire mondi. Cantautrice, performer e artista visiva, OBA non sembra interessata a separare la musica da tutto ciò che le ruota intorno. Canzoni, personaggi, costumi, scenografie e performance diventano così parti di un unico linguaggio, in cui l’immaginario amplifica il significato della musica che l’accompagna.
Con Qual è la tua mossa?, OBA ha trasformato due canzoni in due creature, la Mosca Bianca e la Mantide, dando corpo a due estremi dell’esperienza umana e lasciando volutamente aperto il confine tra persona e personaggio. Poi è arrivato Amen, un nuovo capitolo che sembra procedere nella direzione opposta: spogliare la canzone di tutto ciò che la circonda per scoprire cosa rimane quando vengono meno produzione, effetti e costruzioni sceniche.
Tra artigianalità e cultura digitale, pop e sperimentazione, vulnerabilità e trasformazione, OBA sta costruendo una propria idea di popstar: non una figura da inserire in una categoria già esistente, ma un’identità in continua evoluzione. Ci siamo fatti raccontare il suo mondo:

In un panorama pop che spesso punta a essere immediatamente riconoscibile, tu sembri fare il contrario: costruisci mondi, personaggi e performance. Ti sei mai sentita un’aliena nella musica italiana?
No, mi alienerebbe molto di più fare qualcosa che non mi appartiene. È proprio il modo in cui mi viene naturale fare musica. Quando vado in fissa con un’artista non mi rimane mai solo un suono. Voglio vedere il video, capire come si veste, come sta sul palco, cosa c’è dietro quella canzone. È quella roba lì che mi ossessiona del pop. Può essere immediato e allo stesso tempo contenere un mondo intero.
In Qual è la tua mossa? la musica è solo uno degli elementi del racconto. Quanto conta per te l’immagine rispetto alla canzone? Pensi ancora che oggi il pop possa essere considerato un’opera totale?
La musica viene prima, sempre. Se una canzone non gira da sola posso pettinarla, vestirla, costruirle castelli intorno, ma continuerà a non emozionare. Tutto il resto per me serve a tirare fuori quello che la canzone ha già dentro e a dargli un corpo. Quindi sì, penso che il pop possa ancora essere un’opera totale, ma deve partire da una canzone potente.

Hai scelto due insetti, la Mosca Bianca e la Mantide, per raccontare due estremi dell’essere umano. C’è un motivo per cui preferisci trasformare le emozioni in creature e simboli invece di raccontarle in modo diretto?
Dipende dalla canzone. A volte mi piace solo sputare le parole in faccia, fa parte di me la scrittura cruda e schietta. Altre volte mi viene naturale vedere quello che sento attraverso immagini. Un’emozione nella mia testa può avere un corpo, un colore, un modo di muoversi. Mosca bianca e Mantide sono nate così. Mi piace metterti davanti qualcosa e lasciarti con una domanda invece che con tutte le risposte, aprire un dialogo senza chiuderlo con una spiegazione.
La tua ultima pubblicazione si intitola Amen, è il preludio ad un progetto più grande? Mi parli della performance suggestiva che hai fatto con gli archi e Kimerica alle percussioni e tastiera?
Amen per me chiude un cerchio. Una volta chiuso il pezzo mi è venuta voglia di capire cosa ne sarebbe rimasto riducendolo all’osso. Togliendo produzione, effetti, regia, costumi, personaggi. Fortunatamente Camilla Pnk, la mia producer, ha la mia stessa malattia e si è gasata all’idea di cambiarle completamente pelle. Abbiamo lavorato con archi, percussioni e soprattutto tantissimo sulla voce. Mi piace pensare che le canzoni siano organismi vivi e che a volte ti chiedono di diventare altro. Penso che Amen mi abbia anche fatto capire qualcosa di quello che voglio fare dopo.
Nei tuoi progetti tutto sembra realizzato a mano: costumi, scenografie, oggetti, performance. In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dalla velocità, l’artigianalità è anche una presa di posizione?
La verità è che mi piace sporcarmi le mani. È il momento in cui mi sento più vicina a quello che faccio. Amo stare in studio, costruire un look, pensare a una performance e vedere un’idea che prende forma. Ora tutto corre sì, ma non voglio perdere per strada questo amore per i dettagli. Allo stesso tempo questa velocità mi carica, quindi cerco di starci dentro con le mie regole. Adoro anche il lato digitale e con i social gioco tantissimo. Non vedo i due mondi in conflitto, uso quello che mi serve per raccontare al meglio cosa ho in testa.
Se dovessi organizzarmi una giornata perfetta per entrare nel tuo universo creativo, come sarebbe?
Ti organizzerei proprio una giornata detossinante. La mattina partiamo con Voss di McQueen, il pomeriggio ci guardiamo Pieles di Eduardo Casanova, la sera concerto di Gaga. Poi se alle quattro di mattina hai ancora energie, per il post serata ti porto ad una performance drag. Tornato a casa secondo me sarai sovrastimolato ma con la vision a fuoco.

Qual è la cosa più importante che vorresti lasciare a chi ascolta la tua musica o viene a un tuo live?
Per me il massimo sarebbe che qualcuno uscisse da un mio live o da una mia canzone con un po’ meno paura di mostrarsi davvero per quello che è. Che gli passasse un po’ la voglia di rimpicciolirsi per gli altri.
Guardando avanti, quale traccia vorresti lasciare nella musica pop italiana?
Mi piacerebbe essere riuscita ad allargare l’idea di cosa può essere una popstar in Italia. Per me il pop è più un linguaggio che un genere e per questo non credo esista un solo modo di farlo. Non penso si debba scegliere tra una grande canzone e una visione forte, tra arrivare a tante persone e avere un’identità precisa, tra intrattenere e dire qualcosa. Mi piace quando il pop riesce a parlare anche di cose serie senza smettere di essere divertente.
Cosa stai ascoltando in questo periodo? Ci sono artisti o dischi che ti stanno influenzando particolarmente mentre lavori alla nuova musica?
In questo periodo mi sto rimangiando My 21st Century Blues di Raye come se fosse appena uscito. E poi tantissima Doechii. Sono tornata in studio e sono proprio in quella fase in cui mi accende ascoltare artisti che mi fanno venire voglia di scrivere.

